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Mente e chiarezza

Shadow work: cosa c'è di vero dietro il termine virale, e la pratica di scrittura che ha davvero le prove più solide

Lo 'shadow work' che circola online viene da un concetto psicologico serio di Carl Jung, ma la pratica di scrittura con più prove scientifiche dietro è un'altra cosa, più specifica e strutturata. Cosa dice la ricerca, e quando scrivere di sé può fare male.

Avrai visto ovunque quaderni e caroselli di "shadow work prompts" — domande pensate per farti incontrare la tua "ombra", la parte di te che tieni nascosta anche a te stessa. Il termine sembra uscito direttamente da TikTok, ma non lo è: dietro c'è un concetto psicologico vero, con quasi cent'anni di storia. E, cosa che online quasi nessuno dice, esiste una pratica di scrittura su di sé con prove scientifiche molto più solide — che però non è esattamente quella dei quaderni che compri online.

L'ombra di Jung non è un ripostiglio di sole cose brutte

Il concetto di "ombra" fu introdotto da Carl Jung negli anni Trenta come parte della sua psicologia analitica. L'ombra rappresenta gli aspetti inconsci e rimossi di sé che si formano durante l'infanzia, quando impari quali parti di te sono socialmente accettabili e quali vanno nascoste. Ed è qui che il racconto online spesso sbaglia: l'ombra non è un ripostiglio di sole qualità negative. Contiene anche tratti positivi — ambizione, creatività, assertività — respinti perché la famiglia o la cultura in cui sei cresciuta li giudicava inaccettabili. Integrare l'ombra, cioè riconoscere e accettare queste parti invece di proiettarle sugli altri, è al centro di quello che Jung chiamava "individuazione". È un'origine reale nella storia della psicologia, non un concetto new age travestito da scienza — ma va anche detto con onestà che la psicologia junghiana appartiene alla tradizione della psicologia del profondo, non a quella sperimentale testata con trial randomizzati: una cornice di comprensione di sé legittima e di lunga data, con un tipo di prova diverso da quello di altre tecniche di cui ti abbiamo già parlato.

La pratica che ha davvero le prove più solide di questo lavoro

Se cerchi la parte di questo campo con più ricerca diretta alle spalle, non sono le domande da quaderno: è la scrittura espressiva. Da quando Pennebaker e Beall la misero alla prova per la prima volta nel 1986, oltre 400 studi ne hanno testato gli effetti su popolazioni ed esiti diversi. Una delle prime e più citate sintesi di questi studi, quella di Smyth del 1998 su tredici ricerche con partecipanti sani, trova un effetto medio (d=0,47) su salute fisica percepita, benessere psicologico, funzionamento fisiologico e generale — uno degli effetti più solidi misurati in tutto questo lavoro editoriale. Una meta-analisi più recente, del 2019, su scrittura espressiva e sintomi da stress post-traumatico trova nel complesso un effetto piccolo — ma quando si guarda solo agli studi su persone con una diagnosi vera e propria di disturbo da stress post-traumatico, l'effetto sale a moderato o ampio. Il meccanismo proposto: una migliore autoregolazione, l'elaborazione cognitiva del ricordo difficile, il recupero di un senso di controllo.

Non è la stessa cosa del quaderno che hai comprato

Qui va fatta una distinzione importante, per non confondere le acque. Il protocollo scientificamente testato non è quello dei quaderni di "shadow work" con domande aperte che trovi online o in libreria. Il protocollo di Pennebaker è specifico e strutturato: scrivere ininterrottamente per 15-30 minuti su un'unica esperienza emotivamente difficile e importante, ripetuto per circa quattro sessioni, concentrandosi su fatti, emozioni e collegamenti — non un elenco di domande di auto-riflessione generiche, non uno sfogo libero quotidiano. Questo non significa che le domande "shadow work" che circolano sui social siano inutili: possono avere un valore reale di auto-riflessione, anche senza la stessa validazione clinica. Significa solo che non hanno dietro la stessa mole di prove dirette del protocollo specifico usato in ricerca, ed è onesto saperlo prima di aspettarsi lo stesso risultato.

Quando scrivere di sé può fare più male che bene

Questa parte conta, e vale la pena leggerla prima di iniziare, non dopo. Scrivere di un trauma prima di essere pronte, o raccontarne i dettagli più crudi senza preparazione, può essere ri-traumatizzante — rimanda il sistema nervoso in uno stato di allarme invece di aiutarlo a elaborare. La scrittura su un trauma non è indicata per tutte, specialmente nelle fasi iniziali dell'elaborazione: se scrivere del trauma risulta opprimente o fa rivivere l'evento in modo incontrollabile, è giusto fermarsi. Un approccio più sicuro per chi ha un trauma importante alle spalle, in assenza di un supporto terapeutico diretto, è scrivere di come ci si sente oggi, quali trigger si notano, quali piccoli momenti di sicurezza si sono vissuti — spostando il centro dal rivivere l'evento al proprio presente, molto più gestibile in autonomia. Per materiale davvero pesante, l'accompagnamento di una professionista resta la strada più sicura.

Come lo guardiamo a Duale

Il termine "shadow work" ha un'origine seria — Jung, non i social — e il principio che ci sono parti di noi che nascondiamo anche a noi stesse, con effetti reali sul comportamento, resta una cornice psicologica legittima. La scrittura su di sé, nella sua versione scientificamente più testata, è una delle pratiche con più prove dirette di tutto questo lavoro — ma è una versione più specifica e strutturata di quanto il termine "journaling" da social media lasci intendere. E per chi porta un trauma importante, scrivere non è sempre la strada giusta da fare da sole: a volte il passo più sicuro è scrivere del presente, non rivivere il passato senza accompagnamento.

Fonti

Questo articolo racconta una pratica di scrittura su di sé e la ricerca scientifica correlata, non è un consiglio terapeutico. Se hai un trauma importante alle spalle, valuta di scrivere con l'accompagnamento di una professionista, soprattutto nelle fasi iniziali dell'elaborazione.

Questo contenuto ha finalità informative e non sostituisce il parere di una professionista sanitaria.

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