Scienza e trasparenza
Perché senti dire 'non ci sono abbastanza studi': il problema dei soldi nella ricerca scientifica
Perché pratiche come meditazione o rimedi naturali hanno meno studi scientifici dei farmaci? Il bias di finanziamento della ricerca, spiegato senza scorciatoie.
Un ragazzo arriva al pronto soccorso quasi svenuto, dicendo di aver preso tutte le pillole della scatola. Cuore a 110, pressione bassissima. I medici gli mettono la flebo, preoccupati. Poi scoprono la verità: quel ragazzo era in un trial clinico per un nuovo antidepressivo, ed era finito nel gruppo che prendeva solo pillole finte, senza saperlo. Aveva ingoiato 29 caramelle di zucchero — e il suo corpo stava reagendo come a un vero sovradosaggio. Appena i medici glielo hanno detto, in quindici minuti pressione e battito sono tornati normali. Il caso è vero, pubblicato su una rivista medica nel 2007.
Perché iniziamo da qui? Perché racconta bene quanto sia potente quello che il cervello si aspetta — e quanto sia difficile, per chi fa ricerca seria, distinguere un effetto vero da un effetto di aspettativa. Ed è anche la chiave per capire una frase che leggi spesso nei nostri articoli: "l'evidenza è debole", "gli studi sono pochi". Non è un caso che capiti quasi sempre quando parliamo di una pratica di benessere invece che di un farmaco.
Perché i farmaci hanno tanti studi, e le altre pratiche no
Portare un farmaco fino in farmacia costa, in media, tra 1 e 2,6 miliardi di dollari. Le aziende accettano una spesa così enorme solo perché il brevetto gli garantisce, per un periodo, l'esclusiva di vendita: è così che rientrano dei soldi. Su una pratica che non si può brevettare — una meditazione, un movimento, un'abitudine alimentare — questo incentivo semplicemente non esiste, per nessuna azienda. Non è che quelle pratiche funzionino meno. È che nessuno ha convenienza economica a spendere milioni per dimostrarlo.
Anche gli studi che esistono non li vedi tutti
C'è un secondo problema: gli studi con un buon risultato hanno molte più probabilità di essere pubblicati di quelli con un risultato deludente. In uno dei casi meglio documentati, i ricercatori hanno confrontato gli studi su alcuni antidepressivi registrati in anticipo con quelli poi davvero pubblicati: il 94% degli articoli usciti raccontava un risultato positivo, contro appena il 51% dei dati reali — un terzo degli studi, quelli meno lusinghieri, non fu mai pubblicato.
Succede anche nel mondo del benessere: su 124 studi sulla mindfulness, l'87% raccontava un risultato positivo — molto più di quanto la statistica farebbe pensare — e solo 1 su 6 era stato registrato in anticipo, la garanzia minima che una ricerca non stia "aggiustando" la storia dopo aver visto i risultati.
Due modi opposti di sbagliare
"Pochi studi, quindi probabilmente non funziona": conclusione affrettata, perché abbiamo appena visto perché gli studi mancano — spesso è una questione di soldi, non di efficacia.
"Quindi funziona di sicuro, semplicemente non è stato studiato abbastanza": altrettanto sbagliato. L'assenza di prove resta assenza di prove. E il caso del ragazzo in pronto soccorso spiega anche perché: se il solo credere di aver preso un farmaco può alzarti il battito cardiaco, immagina quanto sia difficile isolare l'effetto vero di una meditazione o di una dieta da quello che il solo aspettarsi un beneficio produce già da solo.
Anche i soldi del benessere possono spostare i risultati
Un punto di onestà che ci riguarda da vicino: quando è l'industria del benessere o alimentare a pagare la ricerca sui propri prodotti, i risultati diventano sistematicamente più favorevoli — a volte anche più dei farmaci. Un caso storico per tutti: negli anni Sessanta l'industria dello zucchero pagò una revisione scientifica, uscita su una rivista medica importante, che scaricava la colpa delle malattie cardiache sui grassi invece che sullo zucchero. Vale la stessa regola sempre: uno studio pagato da chi vende il prodotto merita la stessa attenzione critica, farmaco o integratore che sia.
Come lo guardiamo a Duale
La prossima volta che in un nostro articolo leggi "l'evidenza è limitata", non significa che non ci crediamo. Significa che i soldi vanno quasi sempre dove si può brevettare, che isolare un effetto vero da uno di aspettativa è più difficile di quanto sembri — lo insegna anche un ragazzo che si è sentito male per 29 caramelle — e che vogliamo dirti esattamente quanto possiamo permetterci di essere sicure. Né di più, né di meno.
Fonti
- Il caso del sovradosaggio da placebo, Reeves et al., General Hospital Psychiatry, 2007
- Costo dello sviluppo di un farmaco, DiMasi et al., Journal of Health Economics, 2016
- Stima indipendente del costo dei farmaci, Wouters et al., JAMA, 2020
- Bias di pubblicazione negli studi sugli antidepressivi, Turner et al., New England Journal of Medicine, 2008
- Bias di pubblicazione negli studi sulla mindfulness, Coronado-Montoya et al., PLOS ONE, 2016
- Finanziamento industriale in ambito nutrizionale, Lesser et al., PLOS Medicine, 2007
- Il caso storico del finanziamento dell'industria dello zucchero, Kearns/Schmidt/Glantz, JAMA Internal Medicine, 2016
Questo articolo descrive come funziona il finanziamento della ricerca scientifica, non è un giudizio su nessuna pratica specifica. Ogni pratica va valutata caso per caso, guardando all'evidenza disponibile — non alla sola quantità di studi esistenti.